Erano gli anni ’70 e quei temporali estivi li ricordo molto bene: arrivavano sempre all’improvviso.

Passavo le mie estati al mare, mia madre era maestra di scuola elementare e così si approfittava della lunga pausa estiva per trasferirci in quel piccolissimo appartamento vicino alla spiaggia. Eravamo io e mia sorella.

Spesso dal paese arrivava mia nonna a farci visita, con la corriera di linea; alla fermata approfittava sempre dell’attesa per mangiare un gelato, non avrebbe potuto per via del diabete, ma nessuno la controllava, o meglio così lei credeva. Mio padre era un lavoratore instancabile e ci raggiungeva per lo più nei fine settimana; qualche toccata e fuga, però, la faceva all’ora di cena; quando sentivamo aprirsi il cancello noi piccolini correvamo sul poggiolo e alzandoci sulle punte dei piedi riuscivamo a scorgere il muso della nostra FIAT 124 azzurra: era festa, anche se sapevamo sarebbe durata solo per qualche ora.

Per il resto le giornate scorrevano tutte uguali, la spiaggia, il panino con la marmellata che ti colava sugli avambracci, il succo di frutta all’albicocca che dovevi bere velocemente perché poi arrivavano le vespe e iniziava una corsa folle tra gli ombrelloni fino a quando eri costretto ad abbandonare la bottiglietta. Il bagno in mare, rigorosamente dopo tre ore dal pasto e solo una volta al giorno perché di più fa male, la pasta con la passata di pomodoro fatta in casa, le chiacchiere dei grandi sul pianerottolo la sera aspettando l’ora di andare a dormire, sapendo che la mattina dopo ti saresti svegliato e avresti dovuto combattere la stessa identica battaglia.

Tutti i giorni uguali, per tre mesi interminabili, immersi nel caldo umido del delta, l’afa, le zanzare, gli inutili zampironi accesi ad ogni angolo della terrazza, le urla incessanti dei bambini, o forse erano alieni non l’ho ancora inteso, che giocavano in strada prima della cena. Ciò che per tanti era l’agognata vacanza, un meritato premio dopo un anno di duro lavoro, per me era un incubo, un’autentica prigione.

Ma perché i miei non mi lasciavano passare l’estate a casa di mio nonno! La si che mi sentivo in paradiso. Il silenzio della campagna, il profumo dei fiori, gli alberi di more selvatiche, la caccia ai topolini, la raccolta del mais per le galline. “Quante uova troveremo questa mattina, due, tre, se siamo fortunati anche quattro”.

Le corse in motorino seduto sul serbatoio della benzina:

«Ma nonno, c’è lo stop, non freni?»

«Tranquillo, mi vedono, se non mi fermo io si fermeranno loro».

E poi le sere al bar a vedere i vecchi giocare a carte, anche mio nonno giocava, ma non sempre, però il bicchiere di vino rosso sul tavolo quello si, sempre. Io non prendevo niente, non ne avevo bisogno, “sto bene così” rispondevo, mi bastava rimanere li, con la sedia all’angolo. Si prendevano in giro, si arrabbiavano, ridevano, si insultavano, si davano la buonanotte e l’appuntamento al giorno dopo.

E poi c’era mio nonno: dieci parole al giorno, ci scambiavamo, ma l’intesa era perfetta.

E invece, niente di tutto questo.

Solo scarpinate sotto il sole, sabbia che ti si appiccicava ovunque, odori nauseabondi con quel giusto mix di sudore e di crema solare al cocco, che mi faceva vomitare, maledetto chi le ha inventate le creme al cocco; e gli schiamazzi, gente in ogni dove, la fila interminabile per il pane, che poi ti rimaneva sempre quello più duro.

Tutto fino a che… l’imprevisto: il temporale estivo!

In pochi istanti il mondo cambiava radicalmente, come girare una lavagna e scrivere una storia nuova. Già con le prime nuvole lontane cominciavo ad elettrizzarmi, tutti si rintanavano nei loro piccoli appartamenti, ammassati uno sull’altro, chiudevano le finestre e finalmente non sentivo più le loro voci e i loro odori.

E la natura, con la sua potenza purificatoria, entrava in scena.

Le raffiche di vento, i pini che si piegavano, il cielo che si faceva sempre più nero, i lampi, i tuoni. “Dai contiamo, ogni secondo è un chilometro di lontananza, si avvicina si, si sta avvicinando”. E finalmente l’acqua che scendeva abbondante a lavare tutto quel sudiciume. E dai che viene ancora, sempre più forte e poi la grandine, si si è grandine: un tripudio!

Quando si percepiva che la forza del temporale si stava abbassando io e mia sorella aprivamo l’armadio e indossavamo i nostri stivaletti gialli, in gomma, assolutamente impermeabili, scomodi ma bellissimi; uno sguardo a mia madre in trepidante attesa della libera uscita:

«ora potete uscire»

E vai! Quando aprivamo la porta di casa il profumo della pioggia sui pini marittimi, le resine diventavano balsamo, l’aria fresca, quasi fredda che ti entrava nei polmoni e sembrava che respirassi per la prima volta in vita tua, i tuoni in lontananza, e giù a correre nelle pozzanghere di una strada ancora deserta. Correvo felice anche se sapevo che di li a poco gli alieni sarebbero usciti dalle loro astronavi per invadere nuovamente il mondo.

Poco importa, quello era il mio momento e volevo godermelo fino in fondo.

Ricordo molto bene quei temporali estivi degli anni ’70, e il ricordo mi commuove ancora oggi. Quando scorgo le nuvole nere all’orizzonte, apro le finestre e provo le stesse identiche sensazioni di quegli anni apparentemente lontani, inconsciamente mi guardo attorno alla ricerca dei miei stivaletti gialli, che non ci sono più, ma non importa perché oggi è come allora, la stessa felicità, la stessa pace, lo stesso riposo della mente, lo stesso respiro, tutto uguale, tutto perfettamente uguale.

E’ come se al centro di ogni istante vissuto intensamente si raccogliesse una goccia che sa di eternità, e goccia dopo goccia, nello scorrere delle mie corde, come in un genoma, si compone il carattere che rivela la mia storia. Una storia che non finisce, mai.